top of page

Il punto di rottura 2

Condizione fondamentale prima di chiudere un’esperienza di qualunque tipo è chiedersi che cosa abbiamo ancora da dare e da dire a o in quel contesto, sapendo che spesso è proprio in quei casi che abbiamo bisogno di ricordarci chi siamo, magari sentendocelo dire da qualcuno di cui ci fidiamo e non è detto che sia qualcuno con cui andiamo d’amore e d’accordo. Occhio però a non cadere nella tentazione dell’andarlo a chiedere anche a qualcuno che sappiamo che non ci può vedere ma di cui abbiamo una buona opinione. In questi casi ci si espone, per cui occorre fare attenzione anche al modo in cui si pone la domanda per evitare di essere compatiti o coccolati. La verità, infatti, per essere onesta può anche essere indigesta o amara. A quel punto occorre ascoltarsi con enorme attenzione e distinguere in piena franchezza e tutta coscienza cosa dicono ragione e sentimento, cuore e testa, valutando anche il non trascurabile peso dell’aspetto economico e delle alternative. Ha senso fare un lavoro pagato bene ma che ci costa un patrimonio in strumenti compensativi? (e non è il caso di fare esempi che conosciamo tutti). Meglio fare un lavoro che ci sta stretto ma è ben pagato (o pagato il giusto) oppure uno che magari ci costringe a uscire dalla zona di comfort e non ha orari precisi né pagamenti certi ma ci rende veramente felici e realizzati? La vera domanda a questo punto è chiedersi a cosa si è disposti a rinunciare e a fare per compiere il nostro progetto professionale. L’unica cosa certa è che ci sarà un periodo di difficoltà che è tipico di ogni cambiamento, però è anche vero che la vita umana si svolge e progredisce (o regredisce) all’insegna della mutazione. La differenza la fa lo spirito con cui si affronta questa fase. Nella mia vita professionale ho cambiato diversi lavori (sei). Di tutti i cambiamenti che ho vissuto nessuno è stato indolore, ogni scelta, anche quella più di pancia, è stata accompagnata e preceduta da una fase di intenso travaglio. In questi frangenti ho trovato conforto nelle parole di una canzone religiosa che dice: “Se vedo l’uomo ancora soffrire, se il mondo intero nell´odio si spezza, io so che è solo il travaglio del parto d´un uomo nuovo che nasce alla vita”. (Il mistero di Antonio Sicari e Gianni Bacchi). Dopodiché ricordiamoci che se abbiamo un dovere a questo mondo, verso noi stessi, verso chi ci ha messo al mondo e formato e verso la società in cui ci troviamo immersi, è quello di fare del nostro meglio per fare della nostra vita un capolavoro perché… “Il più grande spettacolo dopo il Big Ben siamo noi”.

 

33 visualizzazioni0 commenti

Post recenti

Mostra tutti

Comments


bottom of page