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Il punto di rottura 1

Si è cominciato a parlarne con il film: “Scappo dalla città la vita l'amore e le vacche” degli anni 80 e, vuoi per la bravura degli attori o per l'attualità del tema, ne hanno fatto addirittura un secondo. A tutt’oggi uno degli argomenti più gettonati dai social e dai quotidiani è lo stesso: lasciare la città per un lavoro diverso a contatto con la natura, per sé, per decidere quando lavorare e cosa fare e soprattutto fare qualcosa che piace davvero all’insegna del motto: “Gestisco io tutto e lascio lo stress alle spalle”. Ci sono poi anche quelli che tornano indietro, ovvero non è tutto oro quello che luccica, ci sono anche delle difficoltà che non sempre si supera e probabilmente sarà il prossimo filone dell'argomento trattato da film e giornali.

Resta il fatto che se si parla di orientamento, di formazione e di smart working non si può non tenere in considerazione l'opzione ripartenza: ovvero mando tutto al diavolo e ricomincio da zero in un'altra parte d'Italia del mondo meglio se esotica. Gli esempi sotto questo punto di vista si sprecano e magari se ne riparlerà in seguito in altri articoli.

Quello che conta ora qui è vedere il “come” e soprattutto “se” farlo, per non parlare del “quando”. Tutte e tre variabili tutt'altro che banali nella scelta della non facile decisione da prendere. Già perché sono tutti bravi a dire: “basta mi sono stufato, lascio tutto e me ne vado”, ma se poi non c'è un quadro chiaro o una strada da seguire o una motivazione solida, cari signori si sposta il problema, ma quello rimane. Ed è questo il cuore della vicenda che mi interessa analizzare. Partiamo da questo assunto: “Rompere è più facile che costruire” per questo prima di farlo occorre provare a rispondere a queste dieci semplici domande, le stesse che mi sono fatto io tutte le volte che mi sono trovato nel dubbio di dire: “Lascio o raddoppio?”:

1. Cosa voglio cambiare? Lavoro o contesto lavorativo?

2. Cosa sono disposto a fare per farlo?

3. Cambiare città, abitudini, stile di vita mi spaventa o mi affascina?

4. Sono disposto a sopportare tutto ciò che un cambiamento di questo tipo comporta?

5. A livello generale posso permettermelo? Ovvero posso chiedere a chi mi sta intorno (non solo famiglia ma anche attività sociali che inevitabilmente abbiamo) di sopportare questo cambiamento?

6. Ho ancora qualcosa da dare a questo lavoro oppure ho spremuto tutto lo spremibile?

7. Questo lavoro mi deve insegnare ancora qualcosa o no?

8. Ho dato davvero tutto quello che avevo, o posso fare ancora uno sforzo magari cambiando prospettiva e abitudini?

9. Quali alternative concrete ho?

10. Sono davvero disposto a resistere ancora in questo contesto?

 

Questa domanda non è banale perché spesso e volentieri è una delle cause per cui molta gente preferisce starsene nella sua comfort zone, trascurando gli elementi di indubbio disagio che una persona infelice genera attorno a sé. Da questo punto di vista il film di cui parlavamo prima da un fortissimo esempio, fortunatamente non isolato, di grande empatia, di grande vicinanza, di grande amore. Quale sia non ve lo dico per non rovinarvi la visione del film, ma vi invito a pensarci in questi termini se un vostro caro amico, fratello, sorella, moglie, fidanzata fosse infelice sul posto di lavoro nonostante tutto e di fronte avesse come unica opzione quella di cambiare città. Voi cosa gli consigliereste di fare? Ricordatevi in questo caso il consiglio lo state dando...a voi stessi!

Poi prendere il coraggio della decisione è tutto un altro paio di maniche. Ma ne parleremo la prossima volta...

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